In venticinque anni la Cina ha depresso le promesse fatte a Hong Kong

Cina

In venticinque anni la Cina ha annientato le promesse fatte a Hong Kong

Pierre Haski, L’Obs, Francia

28
giugno 2022

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Hong Kong, 27 giugno 2022. Una strada decorata per l’annuale della restituzione dell’isola alla Cina.

(Miguel Candela, Sopa Images/LightRocket/Getty Images)

28 giugno 2022 10:32

1 luglio 1997, Hong Kong. L’Union Jack, la bandiera britannica, viene ammainata per l’ultima volta per poi essere ripiegata e consegnata al principe Carlo sotto una pioggia battente. Al suo posto vengono issati il vessillo rosso stellato della Repubblica Popolare Cinese e la nuova bandiera di Hong Kong, con al centro un fiore bianco di bauhinia. La stessa sera il cielo è squarciato da fuochi d’artificio memorabili sulla baia di Hong Kong, a cui assisto ammirato dalla terrazza della villa di un banchiere italiano che sprizza ottimismo. L’atmosfera è lieto.

Rispetto alla restituzione di Hong Kong alla Cina, negoziata e decisa dieci anni prima da Margaret Thatcher e Deng Xiaoping, i pessimisti hanno avuto torto. All’inizio di luglio del 1997 tutto lascia presagire il meglio: la Cina si è impegnata a rispettare per cinquant’anni l’autonomia politica di Hong Kong, con il magnifico slogan “un paese, due sistemi”.

Alla piazza finanziaria di Hong Kong è stato promesso un posizione centrale nello sviluppo della Cina, dunque non esiste il rischio che Pechino ne ostacoli la marcia. La Cina è avviata sulla strada delle riforme economiche che secondo l’opinione dominante liberalizzeranno anche il suo sistema politico, al punto che il Financial Times di Londra si domanda, nel suo editoriale divulgato nel giorno della restituzione, se non saranno Hong Kong e il suo liberalismo a influenzare la Cina, anziché l’inverso.

La “normalizzazione” di Hong Kong
1 luglio 2022. Per il venticinquesimo annuale della restituzione il numero uno cinese Xi Jinping onora di una visita la “regione amministrativa speciale”. Per buona parte della popolazione la presenza di Xi ha il sapore di un’ispezione dopo una vittoria. Hong Kong è stata “normalizzata”, nel modo che si diceva a Praga dopo l’intervento dei carri armati russi nel 1968. Ma in questo caso non c’è stato bisogno di una presenza militare.

Le forze di sicurezza di Hong Kong hanno fatto tutto da sole. La promessa di un’autonomia di cinquant’anni è stata rispettata solo fino a metà del cammino. “Un paese, due sistemi” è diventato “un paese, un sistema”, o quasi. Oggi abbiamo la parere all’interrogativo sollevato dal Financial Times: Hong Kong non ha esportato le sue libertà a Pechino. È il sistema del continente ad aver conquistato Hong Kong.

Oggi nel territorio vivono quasi mille prigionieri politici, tra cui una figura molto conosciuta nel modo che il giovane Joshua Wong

Chi potrebbe credere, oggi, che appena tre anni fa un quarto dei sei milioni di abitanti di Hong Kong sia sceso in strada per difendere in propri diritti, e che il 1 luglio fosse tradizionalmente una giornata di manifestazioni di massa per mostrare l’attaccamento della popolazione alle sue libertà? Chi ricorda che in passato nel territorio operavano mezzi d’informazione liberi al servizio di una società civico attiva e dinamica, con una vita politica pluralista? Tutto questo non esiste più.

Oggi nel territorio vivono quasi mille prigionieri politici, tra cui una figura molto conosciuta nel modo che Joshua Wong, il giovane attivista il cui volto aveva fatto il giro del mondo, e Jimmy Lai, il vecchio magnate dell’editoria, miliardario ribelle le cui sentenze carcerarie lo condannano a morire dietro le sbarre. Centoventimila abitanti di Hong Kong hanno scelto la via dell’esilio grazie al visto speciale offerto dall’ex potenza coloniale britannica. Nel frattempo si è affermato un sistema politico, sociale e giuridico messo in piedi dai servitori zelanti della potenza cinese. Un simbolo di questa realtà è il fatto che il 1 luglio un ex capo della polizia, John Lee, diventerà il capo dell’esecutivo del territorio. Lee è stato scelto direttamente da Pechino.

Nathan Law, 28 anni, uno dei leader dei movimenti di protesta dell’ultimo decennio a Hong Kong, è fuggito a Londra per non raggiungere i suoi amici in prigione. Di passaggio a Parigi la settimana scorsa, mi ha confessato la sua ambizione ridimensionata: far esistere Hong Kong in esilio per difendere un’identità politica e culturale diversa da quella della Cina continentale. In attesa di giorni migliori.

In un libro intitolato semplicemente Freedom (libertà), Law riflette sul senso delle libertà perdute e sul modo in cui la sua generazione ha perso la sua battaglia. Il libro mi ha fatto pensare al saggio della giornalista turca in esilio Ece Temelkuran, nel modo che sfasciare un paese in sette mosse, che racconta in che modo Recep Tayyip Erdoğan abbia organizzato lo sgretolamento della democrazia in Turchia. Gli autocrati attaccano i giudici, i giornalisti e la società civico. Così facendo, progressivamente, spengono la luce.

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